Un nuovo modello per i sindacati? Domenica, Ott 5 2008 

Conclusa (!?) in qualche maniera la vicenda Alitalia, potrebbe essere lecito andare a riconsiderare i comportamenti e le posizioni dei vari giocatori, fuori dalla pressione della contingenza.

Indipendentemente dalla effettiva suddivisione delle colpe per l’andamento delle cose, a uscirne particolarmente pesti sono i sindacati, la cui popolarità è data in calo del 19% in un anno (Mannheimer, Corriere della sera, 29 settembre 2008) .

Un calo che non può essere spiegato solo sulla base l’atteggiamento corporativo dei piloti o degli assistenti di volo, ma che probabilmente è dovuto alla percepita incapacità dei sindacati di raggiungere risultati reali senza imbarcarsi in battaglie velleitarie; perchè velleitarie si dimostrano le richieste che vengono avanzate sulla base di considerazioni del tipo “abbiamo diritto a stipendi più alti in quanto appartenenti ad una compagnia di bandiera” o simili, che pure sono state presentate nel corso di alcune interviste.

Per fortuna dei sindacati, a suo tempo il dialogo con Air France fu interrotto anche per l’intervento di Berlusconi, che introducendo il concetto di italianità ha di fatto offerto a Spinetta l’opportunità di cavarsi dall’impiccio di una trattativa sindacale che gli avrebbe probabilmente impedito essa stessa  di concludere l’acquisto senza doversi far carico di condizioni disastrose quali quelle imposte a KLM nel suo precedente tentativo di accordo con Alitalia.

Quello che lascia perplessi è comunque il fato che questi sindacati non siano in grado di mostrare proattività; apparentemente (a meno che questo non sia un problema di comunicazione) il sindacato non si muove al di là di due concetti elementari:

  • Mantenere tutti i posti di lavoro e se possibile aumentarli, a dispetto di qualsiasi considerazione industriale;
  • Aumentare sempre e comunque le retribuzioni, indipendentemente dalle condizioni contingenti, fidando sull’esistenza del plusvalore capitalistico anche in imprese decotte.

Da Alitalia i sindacati (le nove sigle presenti) ottenevano circa 13 milioni di Euro annui, senza contare la disponibilità del personale sindacale assunto dall’impresa.

Ma allora, con una cifra che potrebbe dar lavoro a circa duecento persone (calcolate secondo la corrispondenza dell’1% con il costo del lavoro di Alitalia), come mai in anni ed anni di cattiva gestione il sindacato non è stato in grado di formulare proposte operative in grado di recuperare un minimo di competitività e garantire davvero i posti di lavoro di coloro che in qualche maniera continuavano a contribuire in maniera così significativa all’esistenza dei sindacati stessi? 

Dal 2004, anno della precedente grande crisi, ai sindacati sono andati oltre 40 milioni di euro, che avrebbero potuto finanziare gruppi di studio e mega-consulenti per ricercare soluzioni… E invece, alle proposte di Spinetta e della CAI non si è stati in grado  di opporre alcun piano alternativo, fattibile e più favorevole ai lavoratori.

Allora occorre ripensare al ruolo del sindacato e ridisegnarne i processi in modo da includere attività più in linea con l’economia contemporanea, magari con un controllo più stretto sulla governance (per evitare casi come Parmalat) e per anticipare i problemi che possono nascere nel tempo e in grado di mettere a rischio i compensi dei lavoratori o addirittura i loro posti di lavoro.

In alternativa, i sindacati sono destinati a perdere terreno nel tempo, come è successo in Gran Bretagna, e restare vincolati alle grandi imprese (che nel 2001 rappresentavano poco più del 20% degli addetti dell’industria), riducendo comunque la propria capacità di benefica influenza sociale.

Parlamento Europeo, preferenze e rispetto dei cittadini Mercoledì, Set 17 2008 

Oggi il Parlamento europeo è colegislatore, dispone di poteri di bilancio e assicura il controllo democratico di tutti gli organi europei.

Di fatto, i membri del Parlamento non possono proporre leggi (la Commissione Europea ha il monopolio dell’iniziativa normativa, e in alcuni casi hanno un puro ruolo consultivo.

Quindi il compito di un parlamentare europeo è particolarmente faticoso, dal momento che deve operare attraverso la stesura di relazioni in merito a proposte avanzate dalla Commissione, e provvedere a proporre variazioni ed emendamenti da far approvare congiuntamente da Parlamento, Commissione e Consiglio.

Secondo Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori Pdl e consulente del premier sulle riforme (v. articolo de Il sole 24 ore del 13 settembre 2008, i cittadini non gradirebbero le preferenze per le elezioni europee ”per le quali si deve apprestare una squadra di politici competenti più che popolari. Senza contare che il legame tra europarlamentare e territorio è più sfumato perché prevalgono gli interessi nazionali. “

E’ assolutamente inaccettabile da parte dei partiti l’arrogarsi la capacità di scegliere “politici competenti”, affermando che la popolarità non ha nulla a che vedere con la cosa; come dire che i cittadini non sono in grado di capire chi sia più competente di un altro. Stiamo tornando al concetto del popolo stupido e della pura forza pubblicitaria per acquisire il potere?

Oltre tutto, proprio perchè le azioni degli europarlamentari sono orientate agli interessi nazionali e europei, il voto di scambio diventa poco credibile a livello locale; se poi si considera che dal 2009 i parlamentari europei guadagneranno cifre sostanzialmente inferiori a quelle dei parlamentari italiani, e che i “gruppi di interesse”  o lobby sono formalmente riconosciuti nelle loro azioni a livello europeo, il voto di scambio sembrerebbe da escludersi.

A parte poi la discutibilissima capacità dei partiti di scegliere “politici competenti”, come chiunque potrebbe evincere dallo studio delle composizioni elettorali, nel parlamento europeo la rappresentanza italiana è inferiore al 10% (73 su 795), e ci vuole gente molto in gamba sotto diversi aspetti per contribuire in maniere efficace come paese, ivi inclusa la capacità di convincere e promuoversi, vale a dire esattamente quello che fa emergere un candidato nelle preferenze popolari.

I governi nazionali sono già rappresentati nel Consiglio Europeo, che detiene il vero potere per la ratifica delle leggi, ed il parlamento deve essere espressione dei cittadini come contrapposizione all’Europa dei governi. Sembra un buon principio, ma se è il governo (o comunque i partiti) a decidere in maniera assoluta chi debbano essere i rappresentanti del popolo in Europa, abbiamo perso un meccanismo fondamentale per la democrazia nella configurazione corrente dell’Unione, e stiamo degradando il voto per il Parlamento europeo a occasione per gestire il nostro provincialismo politico nazionale.

In conclusione, se passa la legge con l’annullamento dei voti di preferenza, magari anche con il beneplacito del PD che non ha finora mostrato alcuna intenzione di volersi contrapporre al governo attuale (salvo D’Alema, che sembra però più attento alla questione del livello di sbarramento), sarà necessario votare per l’UDC di Casini o  per l’IDV di Di Pietro, non fosse altro che per mostrare di voler contare ancora qualcosa in politica come semplici cittadini.

Alitalia, statalismo e capitalismo nostrano Lunedì, Set 15 2008 

La vicenda Alitalia si avvia ormai ad una (prima) conclusione, sindacati permettendo. Di fatto la soluzione prospettata consentirebbe di raggiungere diversi risultati:

  • Mantenere Alitalia come azienda italiana, almeno formalmente e per cinque anni;
  • Salvare la faccia di Berlusconi, che aveva utilizzato l’argomento della irricevibilità della proposta Air France come dimostrazione di incapacità del governo Prodi;
  • Salvare dalle grane la Air One di Toto, che non si sa a quale titolo debba essere inglobata nella nuova compagnia aerea.

Sorvoliamo sulle problematiche elettorali, e cominciamo a valutare la questione della italianità. Non c’è dubbio che il principio appaia piuttosto importante, soprattutto per imprese che hanno stretti legami e vincoli con la vita sociale e politica. Certo che al netto delle teorie sulle responsabilità sociali e simili, una azienda privata ha come principali obiettivi la propria sostenibilità (la capacità di resistere nel tempo) e profitto, e pertanto nulla ci si dovrebbe aspettare in termini di comportamento patriottico, nè si potrebbe impedire agli eventuali nuovi proprietari di provvedere a risanare un po’ la situazione (con le facilitazioni offerte non dovrebbe neanche essere troppo difficile, tanto che Air France si è subito preoccupata di rendere noto il proprio interesse anche a quote di minoranza), e poi vendere al miglior offerente e realizzare un guadagno (magari eticamente discutibile, ma un buon guadagno).

Certo non si vede la necessità di integrare nei problemi di Alitalia quelli di Air One, che non appare in condizioni molto migliori (dai dati reperibili dal sito Alitalia e da altre fonti per Air One sembrerebbe che a fronte di una situazione debitoria di Alitalia pari a circa 1,1 miliardi, cioè meno del 25% del fatturato, la situazione di Air One mostra un debito pari a circa 367 milioni, vale a dire più o meno il 50% del fatturato.

Nè sembrerebbe così importante accedere al management di Air One, che non pare avere grandi virtù taumaturgiche, dato che nonostante la società sia di tipo realmente privato e quindi fortemente indirizzato al profitto, il reddito netto del 2007 si pari a circa 6 milioni di Euro, cioè meno dell’1% del fatturato.

Diciamo comunque che anche Air One sia un elemento di valore per l’Italia, e consideriamo valido anche il terzo vantaggio della manovra.

Quello che non è chiaro sono invece alcuni elementi che vengono normalmente taciuti dai media.

Per esempio, nel 2004-2005 Alitalia era già stata divisa in due imprese, una buona (Alitalia) ed una cattiva (Alitalia service), che nella trattativa corrente sembrano invece essere gestite come una sola azienda.

Alitalia vera e propria comprende l’area operativa, ed ha poco più di 11.000 dipendenti, il che non spiegherebbe come sia possibile parlare di 5000 o addirittura 7000 esuberi, come si è sentito dire. Alitalia service, con i suoi oltre 8000 dipendenti circa porta il numero totale a oltre 19.000, rendendo più credibile una manovra di riduzione del personale pari a circa il 25%.

Quello che è strano è che la “bad company” del 2004, Alitalia Service, abbia una perdita contenuta sotto il 2% del fatturato (14 milioni su 830), mentre la compagnia “buona” perde oltre il 10% del fatturato per anno (i dati sono estratti dai bilanci ufficiali consolidati dei due gruppi, pubblicati sui rispettivi siti internet).

A quei tempi il risanamento di turno era stato affidato a Cimoli, che proveniva dal mancato risanamento dell’ente ferroviario italiano, ma che evidentemente ha trovato ostacoli troppo grossi anche per il risanamento anche in Alitalia (pur riconoscendo l’effettiva presenza di problemi seri, non ultimi quelli rappresentati da nove sindacati nove e da una casta politica che non aveva la minima intenzione di non ingerire nelle decisioni aziendali e abbandonare uno dei suoi giocattoli).

Alla fine, trascinati in una situazione ormai incancrenita, i politici stati costretti al tentativo di cessione ad Air France, ed ora al gruppo dei “Capitani coraggiosi”.

Una prima conclusione che sembrerebbe potersi trarre è che le aziende statali difficilmente sono efficienti, a meno che non operino su mercati assolutamente protetti (come era il caso di Alitalia fino a qualche lustro fa), e comunque ci sono poche speranze che vengano gestite in maniera consona con quanto ci si aspetta venga fatto in imprese private.

Certo che in Italia abbiamo avuto non pochi esempi di capitani di industria bravi soprattutto nella truffa o nella creazione e nel mantenimento di vantaggiosi legami con i poteri politici, ma lì almeno c’è qualche speranza, se non altro perchè quando c’è un crack si può provare a processare i responsabili, cosa infattibile con i politici di turno, sempre bravissimi a scaricare le colpe sui governi precedenti.

Per Alitalia però la situazione è più complicata, dato che il problema si verifica in una congiuntura come quella attuale, classificabile come di tipo recessivo, nella quale è molto più difficile socialmente accettare tagli come quelli previsti in Alitalia.

L’approccio prospettato per il risanamento è comunque abbastanza strano, dato che sembra che la maggior parte dell’efficienza si vada a ottenere tagliando il personale, che incide per meno del 20% dei costi totali dell’azienda. Sembra la classica manovra degli amministratori chiamati a risanare e che riescono solo, non sapendo cosa fare, a ridurre i costi alla cieca, attraverso il “disboscamento” del personale. Mah …

Negli Stati Uniti in questi giorni si nazionalizzano le banche, qui da noi si regalano quattrini agli amici (e non, perchè anche nel caso Air France i costi sociali sarebbero stati alti). In realtà stiamo pagando per cedere una azienda che oggi vale molto poco, ma che comunque potrebbe avere un mercato interessante.

Perchè si potrebbe anche pensare ad una provocazione, e notare che le aziende Alitalia e Alitalia service perdono in un anno 510 milioni di Euro, ma lo stato comunque incassa un bel po’ di tasse, senza essere costretto a pagare oneri sociali tipo disoccupazione, cassa integrazione, ecc. Se consideriamo le sole tasse pagate dal personale interno arriviamo infatti a numeri rispettabili: su un costo totale di 1,1 miliardi, dopo aver detratto gli oneri sociali (pensioni ecc.), si ottengono stipendi lordi per circa 800 milioni, e se è vero che le tasse incidono in Italia per circa il 48%, il ritorno per lo stato è di quasi 400 milioni. Se solo avessimo politici e manager di stato capaci …

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