Ci sono state tante discussioni a proposito della riforma della giustizia in Italia, fortemente desiderata da Berlusconi e con uguale forza deprecata dall’opposizione.

In principio, come sempre in queste cose, tutti hanno ragioni apparentemente valide, anche se nella maggior parte dei casi legate ad obiettivi totalmente diversi dalla voglia di migliorare la situazione della giustizia italiana.

Di fatto però ci sono delle condizioni oggettive che richiedono azioni correttive.

In primo luogo, è essenziale che i ruoli istituzionali vengano protetti, dal momento che non è ammissibile la delegittimazione dello stato a causa di attacchi ingiustificati o velleitari (vale a dire incriminazioni che si risolvano in nulla di fatto).

Protezione non vuole dire però immunità; dovrebbe consistere piuttosto di protezione dalla fuga di notizie, di comunicazioni riservate e così via. Tuttavia, se la chiamata in giudizio di una persona comune deve essere fatta sempre a ragion veduta, per le cariche di governo dovrebbe valere un principio di cautela ancora maggiore, dal momento che:

  • L’avvio di procedimenti giudiziari può ridurre la capacità di esecuzione dei compiti per i quali si è stati eletti, e creare importanti deviazioni dai piani operativi di governo;
  • La naturale tendenza alla difesa può condurre a privilegiare azioni di governo dettate da considerazioni di convenienza personale in ambito giudiziario.

Da noi in Italia, Berlusconi (ma anche Andreotti e tanti altri) sono stati processati più volte, su diversi gradi di giudizio, e sono stati sempre assolti o prosciolti. Di fatto, azioni assolutamente inutili. Che sia per prescrizione o per dichiarazione di innocenza, comunque fallimenti delle procure: non c’è alcun incentivo a perseguire solo azioni con buona probabilità di successo, ed anzi a volte sembra che le iniziative dei procuratori nei grandi processi contro politici abbiano una giustificazione puramente mediatica o di convenienza politica contingente.

Meglio allora il sistema di tipo americano, con procuratori eletti che devono giustificare le spese sostenute attraverso risultati concreti, non come da noi che abbiamo costi enormi per intercettazioni che alla fine conducono a risultati trascurabili.

Certamente ci si espone più facilmente alle strategie dei capri espiatori da parte di procuratori in difficoltà, ma almeno si introducono principi di efficacia ed efficienza che a dire il vero oggi appaiono spesso alieni al mondo della giustizia.

Rendere elettiva la carica di procuratore risolverebbe di fatto la questione della separazione delle carriere, senza creare classificazioni di merito tra quella inquirente e quella giudicante, e inoltre sarebbe una grande opportunità di affermare il diritto di giudizio del popolo e di promuovere la capacità dei cittadini di valutare le cariche amministrative sulla base delle reali capacità dei candidati ed eventualmente sulla base dei risultati già ottenuti (come dovrebbe essere fatto per tutte le cariche, senza essere obbligati a liste bloccate dai partiti).