Conclusa (!?) in qualche maniera la vicenda Alitalia, potrebbe essere lecito andare a riconsiderare i comportamenti e le posizioni dei vari giocatori, fuori dalla pressione della contingenza.

Indipendentemente dalla effettiva suddivisione delle colpe per l’andamento delle cose, a uscirne particolarmente pesti sono i sindacati, la cui popolarità è data in calo del 19% in un anno (Mannheimer, Corriere della sera, 29 settembre 2008) .

Un calo che non può essere spiegato solo sulla base l’atteggiamento corporativo dei piloti o degli assistenti di volo, ma che probabilmente è dovuto alla percepita incapacità dei sindacati di raggiungere risultati reali senza imbarcarsi in battaglie velleitarie; perchè velleitarie si dimostrano le richieste che vengono avanzate sulla base di considerazioni del tipo “abbiamo diritto a stipendi più alti in quanto appartenenti ad una compagnia di bandiera” o simili, che pure sono state presentate nel corso di alcune interviste.

Per fortuna dei sindacati, a suo tempo il dialogo con Air France fu interrotto anche per l’intervento di Berlusconi, che introducendo il concetto di italianità ha di fatto offerto a Spinetta l’opportunità di cavarsi dall’impiccio di una trattativa sindacale che gli avrebbe probabilmente impedito essa stessa  di concludere l’acquisto senza doversi far carico di condizioni disastrose quali quelle imposte a KLM nel suo precedente tentativo di accordo con Alitalia.

Quello che lascia perplessi è comunque il fato che questi sindacati non siano in grado di mostrare proattività; apparentemente (a meno che questo non sia un problema di comunicazione) il sindacato non si muove al di là di due concetti elementari:

  • Mantenere tutti i posti di lavoro e se possibile aumentarli, a dispetto di qualsiasi considerazione industriale;
  • Aumentare sempre e comunque le retribuzioni, indipendentemente dalle condizioni contingenti, fidando sull’esistenza del plusvalore capitalistico anche in imprese decotte.

Da Alitalia i sindacati (le nove sigle presenti) ottenevano circa 13 milioni di Euro annui, senza contare la disponibilità del personale sindacale assunto dall’impresa.

Ma allora, con una cifra che potrebbe dar lavoro a circa duecento persone (calcolate secondo la corrispondenza dell’1% con il costo del lavoro di Alitalia), come mai in anni ed anni di cattiva gestione il sindacato non è stato in grado di formulare proposte operative in grado di recuperare un minimo di competitività e garantire davvero i posti di lavoro di coloro che in qualche maniera continuavano a contribuire in maniera così significativa all’esistenza dei sindacati stessi? 

Dal 2004, anno della precedente grande crisi, ai sindacati sono andati oltre 40 milioni di euro, che avrebbero potuto finanziare gruppi di studio e mega-consulenti per ricercare soluzioni… E invece, alle proposte di Spinetta e della CAI non si è stati in grado  di opporre alcun piano alternativo, fattibile e più favorevole ai lavoratori.

Allora occorre ripensare al ruolo del sindacato e ridisegnarne i processi in modo da includere attività più in linea con l’economia contemporanea, magari con un controllo più stretto sulla governance (per evitare casi come Parmalat) e per anticipare i problemi che possono nascere nel tempo e in grado di mettere a rischio i compensi dei lavoratori o addirittura i loro posti di lavoro.

In alternativa, i sindacati sono destinati a perdere terreno nel tempo, come è successo in Gran Bretagna, e restare vincolati alle grandi imprese (che nel 2001 rappresentavano poco più del 20% degli addetti dell’industria), riducendo comunque la propria capacità di benefica influenza sociale.