Nell’organizzazione italiana, il potere esecutivo è affidato sostanzialmente al governo, nazionale o locale che sia, e tale potere include di fatto la responsabilità sull’amministrazione pubblica, vale a dire su tutto l’apparato pubblico.
Questa responsabilità tuttavia appare a volte interpretata in maniera piuttosto elastica, come nel caso di quel politico che, chiamato a rispondere per la mancata effettuazione di misure molto importanti, si è giustificato dicendo che a lui spettava solo dare indicazioni sui compiti, non verificare che i compiti stessi fossero espletati con successo.
Questo corrisponderebbe alla situazione in cui l’amministratore di una impresa, chiamato a rispondere di un risultato deficitario, si giustificasse dicendo che le direttive date erano corrette, ma non seguite dalla dirigenze e dagli addetti operativi.
In realtà la condizione riscontrata nell’aneddoto è meno legata di quanto si pensi alla pure evidente incapacità del politico come amministratore, e può essere ricondotta a due condizioni specifiche:

  1. la mancanza di meccanismi consolidati di controllo di gestione, e
  2. la problematica della limitata efficacia delle gerarchie nella pubblica amministrazione, caratterizzate troppo spesso da automatismi di carriera nei livelli inferiori, e da personale associato ai livelli superiori che non ha competenze sufficienti per la posizione ricoperta ma a volte solo meriti più strettamente “politici” o di partito.