In questi tempi è di moda parlare del costo elevatissimo dell’apparato statale in Italia, di gran lunga superiore a quello di paesi con popolazione maggiore e con livelli di servizio comparabili o addirittura più elevati.
Alla base di questi costi anomali sembra essere la mancanza di un chiaro collegamento tra costi e servizi, oltre all’abitudine di molti politici di considerare i posti di lavoro pubblici come un meccanismo di acquisizione e mantenimento di voti.
Se prendiamo per esempio la situazione delle forze armate, la gestione dei costi in paesi come il Regno Unito è legata alla definizione della capacità di intervento che si intende mantenere. Ad esempio, il governo richiede di poter effettuare in ogni momento ed in parallelo una missione maggiore (ad esempio una azione di guerra tipo IRAQ) e due missioni minori (tipo peace-keeping, con limitati mezzi richiesti). Gli Stati Maggiori analizzano i costi e presentano un budget annuale, che il governo approva qualora consideri la cosa economicamente sostenibile.
Allo stesso modo potrebbe essere definito il costo di ciascun “servizio” pubblico sulla base di parametri di capacità ben definiti (per esempio nella sanità i tempi di esecuzione di analisi specifiche), e si introdurrebbe automaticamente la capacità di valutare la sostenibilità dei desideri del governo e l’efficienza della gerarchia di comando della burocrazia addetta al servizio.
Ovviamente questi metodi introdurrebbero condizioni di gestione meritocratica nelle funzioni pubbliche, ma siamo sicuri di potere ancora fare a meno di riconoscere i meriti individuali per mantenere un apparato che consente il perdurare dell’istituzione della “raccomandazione”?