Elezioni europee e preferenze: Berlusconi si arrampica sui vetri Venerdì, Ott 31 2008 

A proposito della proposta di abolizione del sistema delle preferenze nelle prossime elezioni europee: la giustificazione offerta da Berlusconi è assolutamente campata per aria ed in aperta contraddizione con le pratiche usate fino ad ora nella designazione dei partecipanti alla vita politica nazionale ed europea (oltre che naturalmente con i principi della democrazia).

Procediamo con ordine; l’enunciato di Berlusconi è: “Voglio che in Europa ci vada gente altamente qualificata e che in tutte le ventitrè Commissioni ci siano professionisti di ciascuna materia. Solo scegliendo noi chi va in lista saremo sicuri di avere una rappresentanza capace di difendere gli interessi italiani” [Corriere della Sera, 28 ottobre 2008] .

Primo elemento: si parla di non poter scegliere i componenti della lista, il che è assolutamente falso, dato che le liste elettorali, fino a prova contraria, le costruiscono i partiti, che per altro forniscono anche un ordine di scelta (al netto delle preferenze). In linea di principio quindi, non si vede dove sia il problema, dato che in teoria i “professionisti di ciascuna materia” potrebbero essere scelti alla radice (da Berlusconi o chi per lui), in fase di costruzione delle liste sottoposte agli elettori.

Seconda questione: il parlamento europeo è l’unico organo dell’Unione europea eletto direttamente dai cittadini, e ha principalmente un ruolo di controllo (anche se per questioni “non sensibili” condivide equamente il potere legislativo con il Consiglio dell’Unione Europea, costituito dai ministri dei paesi membri). Dunque, è l’unico modo di essere presenti per i cittadini, che altrimenti dovrebbero rivolgersi direttamente ai propri ministri o al famoso Ombudsman europeo.

Terzo elemento: all’interno delle Commissioni parlamentari, i deputati europei elaborano, modificano e votano proposte legislative e relazioni di iniziativa. Esaminano le proposte della Commissione e del Consiglio e, se è il caso, redigono una relazione che sarà presentata in Aula.  Le Commissioni si riuniscono una o due volte al mese, e ovviamente molto lavoro lo si fa a casa; quindi più che la specializzazione (per altro difficile da trovarsi) valgono le doti di dialettica e combattività per far valere le proprie idee. Tant’è vero che ai deputati viene riconosciuto il diritto di avvalersi di specialisti e assistenti per coprire le esigenze di conoscenze specifiche e di attività di ufficio: i deputati possono essere assistiti da collaboratori personali selezionati a loro discrezione, e il Parlamento copre le spese effettivamente sostenute e generate interamente ed esclusivamente dall’assunzione o dall’utilizzo dei servizi di uno o più assistenti, con importo massimo per tale rimborso pari a 16 914 EUR mensili.

Quarto aspetto: un politico non deve essere uno specialista, ma deve dare agli elettori sufficienti garanzie di rappresentarli adeguatamente, e quindi deve chiaramente avere idee condivise con i suoi elettori e convincere i cittadini di essere in grado di promuovere adeguatamente tali idee. Altrimenti si dovrebbe chiarire perchè mai al parlamento europeo siano state elette (e a pieno titolo fino a prova contraria) persone come Romano Maria La Russa, che ha “solo” un diploma di scuola media superiore, o come Iva Zanicchi, che ha un diploma presso una Scuola di Musica e Canto. Lo stesso Berlusconi, quando “è sceso in campo” era tutto meno che un professionista del governo, e si faceva vanto di rappresentare il nuovo…

Detto questo, dato che per le elezioni nazionali vale già il blocco delle preferenze, perché mai non abbiamo solo grandi specialisti, scienziati e luminari al parlamento? Basta scorrere gli elenchi dei parlamentari per il popolo delle libertà:

  • ABELLI Gian Carlo – diploma di istruzione secondaria superiore – pensionato;
  • ANGELI Giuseppe – diploma di liceo classico; Imprenditore del settore turistico;
  • ANGELUCCI Antonio – licenza media; Imprenditore.

Personalmente comunque, preferisco i non specialisti scelti dai cittadini ai “professionisti” selezionati da singoli o da una oligarchia inamovibile.

E per concludere: anzichè perdersi con la battaglia sulla scuola e con ipotetici referendum sul soggetto, Veltroni farebbe meglio a difendere con un po’ più di convinzione il principio delle preferenze, sfruttando l’occasione per imporre al Popolo delle Libertà il principio della libertà per i cittadini di scegliere i propri rappresentanti.

Suggestione o suggerimento? Giovedì, Ott 30 2008 

Con tutto il battage pubblicitario che si è fatto delle tre “i” della scuola (inglese, impresa e informatica) sembra che l’italiano sia diventato un optional.

Anche Berlusconi ha cominciato a usare in maniera strana la lingua italiana, come nella sua dichiarazione “Noi siamo sempre attenti alle suggestioni del presidente della Repubblica”, nella quale apparirebbe più corretto sostituire suggestioni con suggerimenti, a meno di non voler intendere che “si fa molta attenzione ai tentativi del presidente della Repubblica di influenzarci”…

L’uso di suggestione al posto di suggerimento è purtroppo comune a diversi personaggi pubblici, e probabilmente dovuto al fatto che suggerimento corrisponde all’inglese “suggestion”, mentre suggestione è da tradurre con “influence”.

Personalmente non ho nulla contro l’uso di termini inglesi quando siano più efficaci di quelli italiani, ma l’uso di un termine inglese italianizzato, per di più in sovrapposizione con un termine esistente e di significato totalmente diverso, dovrebbe essere assolutamente proibito.

Quello che appare strano è che data l’importanza del personaggio, i giornali riportino la frase senza preoccuparsi di far notare l’errore stesso o almeno di modificare la parola incriminata con quella corretta.

D’altra parte, questa sudditanza assoluta al potere ha avuto tanti esempi anche nel passato, tanto che ancora oggi parliamo di “bagnasciuga” anzichè di battigia…

Mah! Possiamo sperare che i potenti si correggano sempre da soli quando sbagliano? Gli esempi che la storia ci fornisce sembrano indicare il contrario ma, in fin dei conti, Berlusconi non è già riuscito a ripulire Napoli?

Giustizia, efficienza e carriere Domenica, Ott 19 2008 

Ci sono state tante discussioni a proposito della riforma della giustizia in Italia, fortemente desiderata da Berlusconi e con uguale forza deprecata dall’opposizione.

In principio, come sempre in queste cose, tutti hanno ragioni apparentemente valide, anche se nella maggior parte dei casi legate ad obiettivi totalmente diversi dalla voglia di migliorare la situazione della giustizia italiana.

Di fatto però ci sono delle condizioni oggettive che richiedono azioni correttive.

In primo luogo, è essenziale che i ruoli istituzionali vengano protetti, dal momento che non è ammissibile la delegittimazione dello stato a causa di attacchi ingiustificati o velleitari (vale a dire incriminazioni che si risolvano in nulla di fatto).

Protezione non vuole dire però immunità; dovrebbe consistere piuttosto di protezione dalla fuga di notizie, di comunicazioni riservate e così via. Tuttavia, se la chiamata in giudizio di una persona comune deve essere fatta sempre a ragion veduta, per le cariche di governo dovrebbe valere un principio di cautela ancora maggiore, dal momento che:

  • L’avvio di procedimenti giudiziari può ridurre la capacità di esecuzione dei compiti per i quali si è stati eletti, e creare importanti deviazioni dai piani operativi di governo;
  • La naturale tendenza alla difesa può condurre a privilegiare azioni di governo dettate da considerazioni di convenienza personale in ambito giudiziario.

Da noi in Italia, Berlusconi (ma anche Andreotti e tanti altri) sono stati processati più volte, su diversi gradi di giudizio, e sono stati sempre assolti o prosciolti. Di fatto, azioni assolutamente inutili. Che sia per prescrizione o per dichiarazione di innocenza, comunque fallimenti delle procure: non c’è alcun incentivo a perseguire solo azioni con buona probabilità di successo, ed anzi a volte sembra che le iniziative dei procuratori nei grandi processi contro politici abbiano una giustificazione puramente mediatica o di convenienza politica contingente.

Meglio allora il sistema di tipo americano, con procuratori eletti che devono giustificare le spese sostenute attraverso risultati concreti, non come da noi che abbiamo costi enormi per intercettazioni che alla fine conducono a risultati trascurabili.

Certamente ci si espone più facilmente alle strategie dei capri espiatori da parte di procuratori in difficoltà, ma almeno si introducono principi di efficacia ed efficienza che a dire il vero oggi appaiono spesso alieni al mondo della giustizia.

Rendere elettiva la carica di procuratore risolverebbe di fatto la questione della separazione delle carriere, senza creare classificazioni di merito tra quella inquirente e quella giudicante, e inoltre sarebbe una grande opportunità di affermare il diritto di giudizio del popolo e di promuovere la capacità dei cittadini di valutare le cariche amministrative sulla base delle reali capacità dei candidati ed eventualmente sulla base dei risultati già ottenuti (come dovrebbe essere fatto per tutte le cariche, senza essere obbligati a liste bloccate dai partiti).

Pagina Successiva »